“In questa nuova serie vi voglio presentare una storia diversa dal solito, una sorta di diario di viaggio che vuole raccontare l’incredibile avventura che ad inizio di quest’anno mi ha visto impegnato nelle terre davvero alte del nostro pianeta per scoprire le creature che ci vivono, aprendomi gli occhi su una parte di mondo ancora sconosciuta alle grandi masse e proprio per questo motivo ricca di incanto e di meraviglia. Mettetevi comodi. Buon ascolto.”
Episodio 1: Andata
“Sono alla stazione di Udine, sono le 7:00 del mattino, un mattino terzo e molto gelito di fine febbraio, la coda sicuramente di quella che è stata una delle settimane più fredde dell’anno. Sembra che mi sono vestito lanciandomi nell’armadio a occhi chiusi, ma molto meglio così, perché fa davvero freddo e per giunta in valigia i vestiti non entravano più. Ho la netta sensazione che quando arriverò a Milano sarò guardato dalla gente, come in quel film di Totò, quando lui e Peppino ci arrivarono da Napoli convinti di andare in un posto freddo e pertanto vestiti per affrontare un inverno siberiano. Ma chi glielo dirà a quelli che io in un posto freddo ci vado veramente e Milano sarà solo il punto di partenza? La saluto con un filo di nostalgia in più del previsto che mi fa sentire strano e malinconico. È la prima volta che affronto un viaggio così lungo da solo, senza nessun affetto a cui aggrapparmi o con cui dividere le difficoltà. Prendo una bella boccata d’aria, consapevole di quanto sia fortunato a condividere il mio tempo con chi queste cose le capisce, le sprona, che vede lo scintillio nei miei occhi quando racconto le mie piccole o grandi avventure, che lo comprende, che nei momenti inevitabili di sconforto mi dà la spinta necessaria ad andare avanti. Salgo sul treno, sistemo alla belle e meglio valigie, zaini e siedo al mio posto. Sono combattuto, come al solito se leggere uno dei libri che ho portato con me l’enigma delle pecore blu e la Pantera delle nevi, tanto per non andare troppo fuori tema, o guardare fuori dal finestrino e contemplare il paesaggio che scorre veloce. Scelgo la seconda opzione, la lettura può aspettare. Osservo le mie montagne che lentamente scivolano verso destra. Non le vedrò per qualche settimana e già questo mi pare strano.”
Episodio 2: L’incontro
I versanti hanno ormai pochissima vegetazione, solo arbusti e qualche sto conifera aggrappata alla vita su queste verticali pareti. Osservo queste acque torbide, Tibet in forma liquida, e mi sembra di sentirne il grido di battaglia nella loro turbolenta discesa. Neonate acque ancora povere di sale di sciolti, ma ricche di arcana spiritualità. Nelle sue molecole è nascosto il segreto della Terra. Non a caso esiste un punto ideale nella cultura induista e buddista, il Monte Sumeru, una montagna considerata il centro del mondo dalla quale quattro grandi fiumi, il Carnali, l’Indo, il Bramaputra e appunto il Sutlei, scorrono in un grande mandala fino ai marndiani, come se fossero i raggi di una ruota in cui la montagna è perno. Girare intorno alla montagna porgendole il fianco destro le riconosce il valore di asse di rotazione. La montagna, quindi diventa origine del mondo, così come sorgente di fiumi. Questo fiume convenzionalmente demarca la separazione tra l’area più monsonica a est e quella più arida a ovest. Infatti la quantità di pioggia che cade qui in Himalaya nei mesi estivi dec molto da Oriente a Occidente, influenzando tipo e fasce altitudinali della vegetazione che a loro volta determinano fauna differente. Attraversiamo un ponte e ci fermiamo al posto di blocco in cui fornire i permessi per entrare in valle. Il fiume sotto percorre un’ansa regolarissima che sembra tracciata con il compasso, mentre la montagna fatta strati si piega e si contorce riversandosi nel fiume. Sono davvero eccitato all’idea che dietro queste creste che osservo salendo ci sia il Tibet.
Episodio 3: Isolamento
Ci spostiamo attraverso una ripida scala e una stretta porticina in una sala dove ci offrono un corroborante tè alle erbe. Altra scaletta ripidissima è una proticina ancora più stretta da entrambi i lati che ci importa indietro di secoli. C’è una stanza di meditazione personale in cui si possono sedere più monaci decorata con affreschi millenari e sostenuto da colonne in legno e solaio intrecciato in rami, tutto annerito da secoli e secoli di fiamme di candele. Attraverso poi una porticina più angusta e stretta ancora si entra in una zona accessibile solo ai più grandi lama del monastero, nella quale tre loculi scavati dentro la montagna composti ciascuno da un debole lumicino e da un singolo cuscino, vengono utilizzati per una meditazione profonda che può perdurare per giorni. Esco dalla porticina, incontro un monaco che discende ai gradini. Osservo la sua barba appena cennata, il capo rasato. I suoi occhi azzurro cenere sembrano custodire segreti antichi.
Non so spiegare perché, ma per un istante mi riconosco in lui. I nostri sguardi si sfiorano e ho la certezza di non avere mai incontrato occhi tanto sereni, distesi, profondi, eppure così umani, colmi di una comprensione silenziosa. Il tempo apparentemente si ferma. Mi sento attraversato come se fosse riuscito a leggermi dentro in un solo battito di ciglia. Poi il suo volto si illumina di un sorriso lieve, quasi un dono e subito il tempo riprende a scorrere. Io proseguo il mio cammino, lui il suo, ma nel petto il cuore batte con un ritmo nuovo, come se qualcosa per un secondo soltanto fosse stato svelato. Ne esco davvero arricchito e felice di aver visitato un luogo tanto carico di spiritualità. Notizie da leopardi non ne abbiamo. Allora decidiamo di andare nel letto dell’ospitare i codi rossi sotto la neve. Lì ce ne sono davvero tanti e con queste condizioni climatiche riuscirò a creare delle immagini davvero interessanti.
Episodio 4: Ritorno
Un furgone che trasporta dei turisti indiani, anche loro in fuga da Kibber, è rimasto incagliato nei mucchi di neve a bordo strada. Ha solo una catena perché una l’ha rotta scendendo dal villaggio e noi non possiamo nemmeno superarlo. Sarà un calvario. Incirca 20 persone aiutiamo a spingerlo fuori riuscendoci con non poca fatica. Aveva detto Tanzin che ci sarebbe voluto molto tempo per fare questi 50 km e le premesse ci sono tutte. Saranno cinque le volte che dovremmo tirare fuori dai guai questo furgone, una peggio dell’altra e noi a un stravolta rimarremo impantanati per altre tre o quattro volte. Sulla strada ci passa sempre una macchina per volta e non possiamo fare altro che così. Intanto oggi non nevica, anzi c’è un sole caldissimo che ci fa guardare alle pareti con timore. La strada che dobbiamo percorrere ci passa sotto per la totalità del percorso previsto per oggi e il pericolo valanghe è molto alto.
Siamo scesi di circa 700 m e la presenza di maggior ossigeno mi fa sentire leggermente più euforico o sarà il sentore della salvezza, chissà. Arriviamo a tabo nel primo pomeriggio procedendo finalmente su un fondo senza neve e inaspettatamente Arrivano buone notizie dallo sgombro della valanga valle del paese. È tutto libero e si può passare. Non ce lo facciamo ripetere e siccome gli autisti se la sentono di procedere, andiamo avanti finché si può. Lo Speity scorre vigoroso sulla destra, facendoci compagnia per tutto il viaggio. Spesso la strada è mangiata dal fiume fino sotto all’auto e le ruote passano a filo. A volte con una ruota siamo praticamente nel vuoto. È una roccia molto friabile e con il lavorio del fiume sottostante si disgrega facilmente formando dei coni di frana molto frequenti su entrambi i lati del fiume.
È un ambiente pericoloso sotto molti aspetti, ma ogni tanto devo dimenticarmi della macchina fotografica e del telefono sul quale annoto questi pensieri e riempirmi della grandezza di questi luoghi, di queste ampie valli, infiniti altipiani, profondi canyon e gigantesche montagne e immaginare le infinite creature che le abitano, guardare le piste degli animali ed indovinare chi le ha percorse.

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